1. Le ragioni di un successo elettorale annunciato
  2. Alle radici della crisi del 2011
  3. A proposito di soluzioni
Alberto J. Battaglia

La grande cavalcata degli euroscettici

Pensieri e soluzioni che minacciano la moneta unica

La grande cavalcata degli euroscettici
Pensieri e soluzioni che minacciano la moneta unica
Le ragioni di un successo elettorale annunciato

Siamo nei guai, ma l'Europa ci salverà. Forse. Quelli che ci credono, infatti, sono sempre meno.

Le guarnigioni politiche pronte a ribaltare i tavoli di Bruxelles riscuotono sempre più favore in vari Paesi e si apprestano a fare il pieno di voti alle prossime elezioni del 25 maggio. E questo è un fatto. Secondo un sondaggio del think-tank britannico Open Europe gli anti-euro conquisteranno almeno 218 seggi su 751, con un incremento dal 21% attuale al 30% per la prossima legislatura. Nel Regno Unito l'Ukip di Nigel Farage è in testa ai sondaggi, mentre in Francia il Front National della Le Pen si gioca il primo posto con l'Ump; in Italia, poi, c'è lo tsunami-Grillo, oltre alla Lega Nord.

Il dibattito di questi mesi ha infiammato una confusa e appassionata invettiva sulla crisi, l'austerità e l'euro. E mentre questo avviene i sacrifici fiscali, la disoccupazione e la scarsa crescita svuotano le tasche dei cittadini. La più nota e drammatica delle conseguenze: l'aumento dei suicidi.   I fenomeni legati all'euro di cui tanto si discute hanno segnato la recente storia d'Europa e andrebbero analizzati a fondo per capire cosa c'è di vero e cosa di falso. Questo è ciò che tenteremo di fare ricostruendo alcuni punti focali di questo dibattito assieme ad alcuni importanti studiosi: Alberto Bisin, Nino Galloni, Paolo Manasse e Diego Fusaro.

Per comprendere l'affermazione della grande cavalcata in arrivo, tuttavia, dovremo tornare indietro di qualche anno, nel momento più acuto della crisi del nostro Paese.

"During the darkest days of the euro crisis the euro-elite forced Italy and Greece to replace democratically elected leaders with technocrats. […] the euro-elite sacks elected leaders who get in the way of fiscal orthodoxy"

The Economist, 1 Marzo 2014 

Nigel Farage, leader dell' UKIP, punta il dito contro l'Europa durante la crisi del 2011

Quanto è accaduto nel novembre del 2011, in seguito all'impennata degli spread mediterranei, è fondamentale per capire il rigetto europeo per almeno due ragioni. La prima è che s'osservò con chiarezza mai sperimentata prima che la governance europea può sostituirsi ai vertici democraticamente eletti per promuovere un determinato indirizzo politico. Questo è quanto è avvenuto in Grecia ed Italia attraverso le nomine di Lucas Papademos e Mario Monti a capo dei rispettivi governi nazionali; un fatto che le recenti rivelazioni dell'ex ministro statunitense Tim Geithner non hanno potuto che confermare. La seconda ragione è che le politiche di austerità fiscale che da quel momento furono adottate, a quanto si diceva, per arginare la crisi dei debiti sovrani fallirono nel loro dichiarato proposito di ridurre quei debiti, ma generarono, di converso, disoccupazione e stagnazione economica

Nel giro di tre anni l'Unione Europea ha così peggiorato il suo già discusso deficit democratico scavalcando le elezioni in Italia e in Grecia e ha messo in forte dubbio il cittadino sulla bontà delle proprie ricette economiche per fronteggiare la crisi dei paesi mediterranei.

Ovviamente non mancano le giustificazioni di matrice europeista per spiegare tutto quello che è successo. Ma è ormai chiaro che i metodi con cui la crisi è stata gestita e gli esiti che hanno prodotto non sono stati per nulla graditi né in Italia, né altrove. E la voglia di tornare a fare le cose per conto proprio, senza i vincoli europei, è ora più forte che mai. 


La parola a...

Alle radici della crisi del 2011

Il 2011 è stato un anno disastroso per l'Europa mediterranea. Perché? Su questo le interpretazioni sono molto diverse. 

Per spiegare come mai le cose non hanno funzionato interviene spesso la semplice retorica del dibattito politico; ora viene richiamata l'incompiuta federazione europea, ora un puro e semplice “basta euro”.  Ma dietro a questa solo apparente banalità vale la pena indagare su cos'è successo un po' più a fondo. Quali sono le cause della crisi del 2011? Cos'ha penalizzato l'Italia? E cosa si potrebbe fare per uscire dal tunnel?

Riassumeremo le principali tesi in una tabella, necessariamente semplificata, ma che permette subito di scorgere i punti dai quali si snodano i due filoni interpretativi.

Diagnosi a confronto

Diagnosi a confronto

Cerchiamo di spiegare questo schema.

Durante il panico finanziario dell'agosto 2011 causato dalla Grecia l'opinione corrente è che le debolezze strutturali italiane (soprattutto il rapporto debito/Pil elevato e il calo della competitività delle aziende) abbiano spinto i mercati a speculare sulla scommessa di un imminente default anche dello Stato italiano. A quel punto l'emissione di nuovi titoli di stato diventava sempre più costosa e lo spread aumentava. Per questo motivo sono state giustificate le manovre di aggiustamento del debito pubblico: per convincere i mercati che l'Italia stava andando nella direzione giusta, quella della riparazione dei propri conti. Non solo, nella crisi sarebbero colpevoli anche l'elevata corruzione, accusata d'inquinare l'efficienza delle risorse allocate ostacolando il rilancio economico del Paese. E per debellarla ancora oggi si discute di revisione della spesa e di moralizzazioni della pubblica amministrazione. 

Dall'analisi più comune sulla crisi del 2011 che abbiamo appena ricordato non compaiono, quindi, altre responsabilità al di fuori da quelle tipicamente italiane: sprechi di varia natura, errori politici, mancate riforme che hanno reso il “sistema Italia” inadatto a competere sul mercato internazionale e quindi a riscuotere la fiducia degli investitori, soprattutto in fasi di tensione.

Ma l'euro c'entra qualcosa con questa crisi? Per i critici dell'Europa certamente sì. Eppure non sono gli unici a sostenerlo. Lo stesso vice presidente della Bce, Vìtor Constancio, in un discorso pronunciato il 23 maggio 2013, si esprime in questi termini sul ruolo del debito pubblico:

«Per avere una storia più accurata riguardo le cause della crisi, dobbiamo guardare non solo alle politiche fiscali: gli squilibri si sono originati per lo più nella crescente spesa del settore privato, finanziata dal settore bancario dei Paesi debitori e creditori. Al contrario dei livelli del debito pubblico, il livello del debito privato è aumentato nei primi 7 anni dell’euro del 27%. L’aumento è stato particolarmente pronunciato in Grecia (217%), Irlanda (101%), Spagna (75,2%), e Portogallo (49%), tutti paesi che sono stati sottoposti a grandissimo stress durante la recente crisi. La crescita repentina del debito pubblico, d’altra parte, è iniziata solo dopo la crisi finanziaria. Nel corso di 4 anni, i livelli del debito pubblico sono aumentati di 5 volte in Irlanda e di 3 in Spagna».

La tesi sostenuta da tempo dai principali maitres à penser anti-euro italiani, quali gli economisti Alberto Bagnai o Claudio Borghi, riposa esattamente sulle stesse premesse sopra esposte dal vice presidente della Bce: c'è stato uno squilibrio fra Paesi che hanno prestato risorse economiche (quelli del nord Europa) e Paesi che si sono indebitati, o meglio, fra banche del nord e famiglie e imprese del sud. Questo processo è stato favorito dall'euro? Sì, lo sottolinea sempre la Bce:

«Da dove venivano i finanziamenti che hanno fatto esplodere il debito privato? Un aspetto particolare del processo di integrazione finanziaria europea dopo l’introduzione dell’euro è stato un deciso incremento nelle attività bancarie tra paesi. L’esposizione delle banche dei paesi del centro verso i paesi della periferia è più che quintuplicata tra l’introduzione dell’euro e l’inizio della crisi finanziaria».

L'ingresso nell'euro aveva conferito una stabilità e una credibilità alla periferia d'Europa, che così poté crescere con vantaggiosi finanziamenti esteri. Nessuno aveva previsto, quando questo fenomeno si verificava, che nel 2008 una crisi spaventosa avrebbe messo quei Paesi in gravi difficoltà per restituire tutti questi debiti. A quel punto le prime a fallire sono le imprese e solo in seguito il settore pubblico interviene indebitandosi per contenere i costi sociali ed economici della crisi, mentre si riducono le sue entrate fiscali. Non è quindi un caso che il Paese più esposto ai finanziamenti esteri, la Grecia, fosse stato anche il più colpito dalla crisi. Giunta a questo punto l'interpretazione “critica” (nello specifico quella del prof. Bagnai) offre un'interpretazione dell'austerità assai diversa da quella propagandata: non il tentativo (senza speranza) di ridurre il debito pubblico aumentando le tasse e riducendo il reddito disponibile, bensì quello di correggere la bilancia dei pagamenti poiché riducendo i redditi s'importa di meno e il saldo con l'estero migliora. Che ci si creda o no, mentre l'austerità, in Italia, ha peggiorato i conti pubblici, ha però migliorato il  saldo della bilancia dei pagamenti.

L'opinione condivisa dagli scettici è che con l'euro l'impossibilità di rispondere agli squilibri con le svalutazioni, ossia gli aggiustamenti del tasso di cambio per importare meno ed esportare di più, abbia costretto i governi dei paesi indebitati (i PIIGS) ad attaccare la capacità di spesa dei cittadini per ottenere quello stesso risultato; anche a costo della recessione. La rincorsa dello spread nel 2011 è stata quindi dovuta alla sfiducia dei mercati circa la tenuta dell'unione monetaria; una sfiducia motivata dall'eventualità che uno o più Paesi, fra quelli fortemente indebitati con l'estero, decidessero di uscire dall'euro e di ridurre così il peso di questi debiti con la svalutazione, piuttosto che affrontare i costi necessari di una riparazione rimanendo nell'euro.

Se volessimo dunque individuare la prima e forse anche la più importante ragione del dilagante malcontento europeo, la troveremmo nel sospetto diffuso che l'austerità sia stata adottata non tanto nell'interesse dei Paesi in difficoltà, quanto in quello dei loro creditori.

Perché gli euroscettici ritengono che senza l'euro la storia della crisi sarebbe stata diversa? Almeno per tre ragioni. Perché, si sostiene, i Paesi periferici non avrebbero ottenuto con altrettanta facilità quei finanziamenti che non sono stati in grado di restituire ai Paesi del nord; perché con una moneta nazionale si sarebbe potuto rispondere svalutando alla frenata dell'economia cominciata nel 2008; infine, perché il rischio di insolvenza dello Stato temuto dai mercati nel 2011 non sarebbe mai stato giustificato in quanto la banca centrale nazionale sarebbe stata, all'occorrenza, in grado di finanziare il debito pubblico emettendo moneta.


La parola a...

In difesa dell'euro, comunque, si è schierata una decisa controffensiva. Agli squilibri della moneta unica viene tipicamente contrapposto un altro dato per spiegare il declino italiano, di molto precedente alla crisi del 2011. Questo dato è la produttività, relazionata al livello dei salari: l'Italia su questo aspetto è messa male, ed è in buona compagnia. Fa molto meglio di noi, invece, la Germania; per cui non è tanto perché il cambio fisso avrebbe penalizzato l'Italia (e i Paesi mediterranei) che la Germania ha realizzato enormi surplus commerciali, ma perché negli anni dell'euro ha tenuto produttività e salari molto più competitivi rispetto all'Italia (e non solo). L'argomento che il cambio sopravvalutato dell'euro avrebbe frenato le esportazioni italiane è altresì oscurato dal fatto (messo bene in luce da Francesco Checcacci su NoiseFromAmerika) che le variazioni delle esportazioni tedesche e italiane sono quasi sovrapponibili.

Anche il prof. Paolo Manasse ha potuto dimostrare, grazie a uno studio pubblicato anche su Linkiesta, che le esportazioni italiane non hanno risentito la rivalutazione del cambio e anzi, sono aumentate più di quelle degli altri Paesi fuori dall'Eurozona utilizzati come controfattuale. Se in questa fase di ripresa generale dell'area euro l'Italia arranca più degli altri la spiegazione è quindi da attribuire a un livello di produttività troppo basso. Certo, l'esposizione a una concorrenza europea, accentuata dal cambio fisso, avrebbe dovuto spingere la classe politica a fare gli investimenti e le riforme necessarie per mantenere la propria economia competitiva, per esempio investendo in ricerca e tecnologia come in Germania, ma questo non è avvenuto. E, spiega Manasse, «con l'euro i nodi sono venuti al pettine».

Il fatto che la produttività in Italia abbia smesso di crescere a partire dal 1996 ha comunque indotto alcuni a ritenere che l'aggancio al cambio fisso (che di fatto venne introdotto quell'anno) sia quantomeno corresponsabile di questo dannoso fenomeno. Un'ipotesi che economisti come Michele Boldrin​, tendono a escludere sostenendo che il declino italiano, il quale era in atto già prima del '96, ha in qualche modo presentato il conto di tutto il terreno perso sul fronte delle riforme. Nell'analisi di Manasse emerge, comunque, che l'ingresso nell'euro ha segnato collateralmente anche un calo relativo di produttività nel confronto dei Paesi di riferimento extra-eurozona.

La produttività è quindi un problema concreto, ma sulle modalità d'intervento esistono approcci molto diversi. L'ottimizzazione dei costi produttivi o del costo del lavoro sono due operazioni che migliorano l'offerta; rilanciare i consumi interni con politiche espansive, dall'altro lato, costituirebbe uno stimolo alla produttività dal lato della domanda. Gli accenti degli economisti di diverse scuole di pensiero,  tendono a posarsi più sulla prima, o più sulla seconda.  


La parola a...

A proposito di soluzioni

Non esistono cure giuste per diagnosi sbagliate. Questa è la principale ragione per cui finora ci siamo dilungati per ricostruire le posizioni in campo sulle cause della crisi. Dopo aver percorso assieme una buona parte delle differenti vedute fra sostenitori e critici dell'Europa non ci stupiremo ora nell'apprendere che nemmeno le cure da somministrare coincidono. Proviamo quindi a mostrare le rispettive vie d'uscita.

Rimedi a confronto

Rimedi a confronto

Abbiamo mostrato come, per la visione europeista prevalente, i nostri problemi siano in gran parte riconducibili a inefficienze del settore pubblico. La risoluzione di questo punto critico diventa perciò la priorità. Lo snellimento di un apparato statale corrotto, argomentano, sarebbe un ottimo rimedio per sterilizzarne il potere venefico. Le risorse ottenute risparmiando dalla spesa pubblica dovrebbero, poi, andare a ridurre il carico fiscale per stimolare gli investimenti privati e innescare un processo virtuoso di ripresa economica. Anche l'ambiente in cui operano le aziende andrebbe ripulito dalle lentezze burocratiche che affliggono da sempre il nostro Paese e che frenano investimenti, anche esteri, sul nostro territorio. In sostegno dell'occupazione, invece, si discute da mesi sulla riforma del mercato del lavoro, in termini d'incentivi e flessibilizzazione. 

Ma anche nell'ambito dei partiti europeisti, quali il Pd, si discute da tempo di soluzioni alternative per rimarginare le vulnerabilità dei Paesi periferici in rispetto della formula “l'Europa va riformata con più Europa”. Ossia, avvicinandosi ad un'unione non solo monetaria, ma anche politica e fiscale, con un debito pubblico europeo. Nonostante gli ambiziosi propositi, nel proprio programma elettorale per le europee il Pd si limita a voler «vedere progressi sugli eurobond per mutualizzare il debito»: un'espressione alquanto blanda. Talmente blanda che sul programma del Pse, di cui il Pd è parte, si sono risparmiati di scriverla, sapendo bene che su questo processo esistono molte resistenze interne, soprattutto dei Paesi più progrediti. Se pensiamo, ad esempio, ai discussi trasferimenti fiscali a fini di solidarietà, che dovrebbero moderare gli squilibri prelevando risorse dai paesi più avanzati per portarli nella periferia, ci rendiamo conto di quanto questa necessità sistemica in realtà non convenga a tutti i membri dell'Unione.

Sta di fatto che per molti economisti di spicco, fra cui  Thomas Piketty, il raggiungimento di questo completamento sia la conditio sine qua non affinché l'Unione Europea così come la conosciamo continui ad esistere. Anche se di cambiamenti radicali in Europa se n'è ampiamente parlato, a leggere i programmi dei principali partiti, Ppe e Pse, l'impressione finale è che questa evoluzione sia destinata a rimanere un buon proposito da piegare e mettere in tasca. Molto più gradita ai tedeschi (ma non priva di punti critici) è in questo senso la proposta di un Fondo di redenzione europeo votata dal Parlamento europeo il giugno 2012; di questa risoluzione poco si parla in campagna elettorale, forse proprio perché preannuncerebbe ulteriori politiche di rigore per molti anni a venire. 

Per gli scettici ciò che rimane di queste opzioni sono interventi insufficienti, quando non dannosi. Per rilanciare l'occupazione non sarebbero mai sufficienti le riforme, quanto le politiche necessarie al sostegno dei consumi in grado di rilanciare la domanda e dunque gli investimenti delle imprese. Tale è l'approccio keynesiano, che è ancora molto diffuso in molti eurocritici. Ma la logica conseguenza di queste politiche condurrebbe ben presto alla collisione con i noti impegni di rigore di bilancio pubblico. Infatti per sostenere la domanda, recitano i manuali di economia, debbono essere ridotte le tasse e/o aumentata la spesa pubblica. Anche se con l'ovvia conseguenza di accrescere il deficit oltre i livelli pattuiti con l'Europa.


La parola a...

Ma la vera soluzione correttiva, secondo le proposte di molti movimenti come il Front National o la Lega Nord, è un'altra: porre fine alla moneta unica. Con quali vantaggi? La possibilità di emettere autonomamente moneta pronta a sostenere quando serve il debito pubblico, poter riequilibrare col tasso di cambio gli squilibri della bilancia dei pagamenti e quindi favorire la produzione domestica a detrimento di quella estera (come quella tedesca). In definitiva, si tratta del recupero del controllo nazionale della politica economica, oggi in larga parte paralizzata, in grado di prevenire nuovi squilibri simili a quelli del 2011 che condurrebbero nuovamente alla stessa situazione. Infatti rimanendo nell'euro, si sostiene, anche nel caso in cui il reddito disponibile degli italiani (o dei francesi...) aumentasse l'esito sarebbe sempre quello di peggiorare il saldo commerciale, perché aumenterebbero le importazioni, e nuovamente a debito. Secondo l'ironica sintesi di Bagnai «il vero dividendo dell'euro è che ogni squilibrio si ripercuote sul reddito disponibile, e il Pil s'inabissa».

Ma uscire dall'euro non sarebbe affatto una buona idea per molti altri economisti. Per farla breve attuare il piano d'uscita che abbiamo descritto porterebbe, in primo luogo, ad una fiammata dell'inflazione (ossia all'aumento generale dei prezzi) sfoltendo il portafoglio di tutti, soprattutto dei lavoratori. Vediamo perché.

Ridurre il peso del debito pubblico italiano emettendo moneta sovrana, si dice, porterebbe ad un eccesso di offerta di moneta e ad una conseguente perdita di potere d'acquisto. Su questo punto, che sembra ragionevole, è però difficile prevedere di quanto aumenterebbero i prezzi: come sottolineava Fabrizio Galimberti sul Sole24Ore, se allargare di molto la base monetaria significasse in automatico "iperinflazione", allora, negli Usa, con i fiumi di miliardi iniettati dalla Fed in questi anni, dovrebbero fronteggiare indici dei prezzi altissimi; ma non è così. Un altro punto critico riguarda le importazioni energetiche e delle materie prime: se svalutassimo la nostra moneta è certo che le pagheremmo molto più care; la fattura energetica italiana, lo ricordiamo, vale tra il 3 e il 4% del Pil. Diciamo che, più in generale, la svalutazione porterebbe inflazione come conseguenza dell'apprezzamento delle importazioni, che diventerebbero così meno convenienti per i consumatori e per la loro libertà di scelta. Inoltre, a meno che non si ritorni a costosi adeguamenti degli stipendi, l'aumento dei prezzi va a diretto svantaggio del lavoro salariato, che ogni anno vede ridursi le proprie retribuzioni reali.

Ma la più apocalittica fra le nefaste profezie riguarda il pagamento dei debiti con l'estero. La frase "se svalutiamo facciamo la fine dell'Argentina" dovrebbe essere a tutti familiare, tanto se ne parla nei dibattiti televisivi. Tuttavia, dal punto di vista giuridico, la situazione italiana e quella argentina sono molto diverse. Infatti, come ha rilevato anche il prof. Manasse (nel video allegato in basso), la maggior parte delle controversie legali dei debiti italiani sono regolate dalla nostra giurisdizione e non da quella di altri Paesi (come invece avviene nei Paesi in via di sviluppo), pertanto, cambiando le leggi a nostro favore, il parlamento avrebbe il potere di decidere chi, di fatto, dovrebbe pagare il "costo della svalutazione".


La parola a... 

Ma si può uscire dall'euro senza aspettarsi brutte sorprese dai mercati dei capitali? Rispondere serenamente 'sì' sarebbe un bell'azzardo, visto che lo scenario più prevedibile sarebbe quello di una grande incertezza foriera di nuovi attacchi speculativi sul nostro debito pubblico. Il Movimento 5 stelle da tempo propone di affidare la questione a un referendum che lasci la scelta ai cittadini, ma fra tutte le opzioni questa sarebbe la meno intelligente per contenere gli effetti collaterali di un'uscita. Per arginare la fuga di capitali indotta dalle aspettative di uscita bisognerebbe passare dall'euro alla nuova moneta nello scenario (molto teorico) di un colpo di teatro. Ma a partire da un'eventuale vittoria elettorale del M5s o della Lega tali timori sarebbero, da subito, più che concreti.

Se mai si uscirà dall'euro è ragionevole pensare che lo decideranno, piuttosto, silenziosi accordi internazionali. E per una serie di motivi, non è così improbabile che possa accadere. Quando si dice che solo l'unione politica e fiscale potrebbe salvare l'Europa si dice una grande verità, ma si dimentica un dato importante: che l'unione monetaria è sempre il prodotto di unione politica e mai ne è stata il presupposto. Il processo con cui gli artefici della moneta unica posero le basi di questo sistema potenzialmente instabile di una "moneta senza governo" ci suggerisce che, nel momento dell'introduzione dell'euro, i popoli non avrebbero mai approvato un governo centrale delle politiche economiche. Arrivati a questo punto completare l'Unione non comporterebbe solo un'ulteriore cessione di sovranità nazionale, ma anche l'apertura del portafogli, per trasferire le risorse laddove ci sono (al nord) verso i Paesi che ne avrebbero bisogno (al sud). E questo in nome di una solidarietà intraeuropea che – la recente austerità l'ha dimostrato – non esiste ancora. Dovrebbe far riflettere che un partito anti-euro come l'Afd abbia potuto riscuotere un discreto consenso perfino in Germania. Se questo è avvenuto non è certo perché l'euro non ha fatto comodo ai tedeschi (anzi), ma perché in molti già temono che, da adesso in poi, potrebbero essere proprio loro a pagare per tenerlo in piedi.  

Per cui il ritornello di queste elezioni europee, "l'Europa è a un bivio", riassume alla perfezione il senso di questo percorso. O si andrà avanti con il progetto federativo, oppure sarà il ritorno ad una comunità politica fra nazioni sovrane. Ma una cosa è certa: questa scomoda e pericolosa via di mezzo non può durare a lungo.